Luca Viscardi sui diritti connessi
Dal sito di Luca Viscardi:
Radio: la guerra dei diritti
Ieri (17 maggio 2010, ndr) su facebook Marco mi ha scritto e mi ha chiesto di esprimere un parere sulla “guerra” in corso relativa ai diritti connessi della musica. Il tema è oltremodo complesso, tanto è vero che non ho mai trovato una “lucidità” di pensiero, non ho mai messo a fuoco una valutazione razionale e compiuta sull’argomento.
I fatti. Le radio nazionali da qualche giorno hanno smesso di programmare le novità discografiche, non inseriscono più dischi nuovi, come forma di protesta nei confronti della SCF, dopo che sono state interrotte le trattative per il rinnovo della convenzione tra le parti. Pensate che su RTL 102.5 è stato abolito (per ora) il New Hit, una specie di istituzione che era lì dal 1988.
La situazione. Le radio pagano da anni una quota del proprio fatturato alla Siae per lo sfruttamento dei diritti d’autore e una quota alla SCF (Società Consortile Fonografici) per lo sfruttamento del supporto fonografico che si pratica diffondendo musica registrata.
Diciamo che le due “tasse” sono da distinguere in modo netto. Io ho sempre considerato sacrosanto il pagamento dei diritti SIAE, mentre trovo un po’ più perverso (non significa “ingiusto”) che le case discografiche incassino soldi dalle radio, a cui chiedono però di promuovere i loro prodotti, con una pressione costante, con una specie di continuo “ricatto psicologico” nei confronti degli operatori che fanno la programmazione delle radio.
Allora, traduciamo… Io produco dischi. Chiedo alla radio di pagarmi perchè sfrutta i dischi, salvo poi tempestare di mail e di chiamate per condizionare la scelta su quali dischi vengono suonati. Come se domani, andando dal salumiere (e pagando), lo stesso decidesse per voi che dovete mangiare prosciutto cotto e non crudo, perchè a lui interessa spingere il San Daniele. Bizzarro, no?
C’è poi un altro aspetto. La discografia chiede soldi alle radio, fa pressione per la programmazione, poi compra campagne pubblicitarie (solo su alcune radio) con cui in pratica è come se restituisse il denaro raccolto con i diritti connessi.
Il tutto rappresenta benissimo il paradosso del nostro modo di fare business. La quota che le radio pagano oggi è circa dell’1% del fatturato (per le nazionali) a SCF, ma non dimentichiamo una quota prossima tra il 3 e il 4% per la SIAE, anche se è difficile dare una quota “secca” perchè ci sono un po’ di abbattimenti da calcolare. Il totale SIAE/SCF è compreso tra il 4.5 e il 6%.
In inghilterra, la quota massima è del 5.25% per pagare la PRS (la nostra SIAE), ma quella quota include anche la MCPS (la nostra SCF).
C’è però un aspetto legato a queste quote che non va sottovalutato. A Radio Number One non è chiesto alcun rendiconto di quello che suona, il denaro versato viene messo in un rendiconto che poi viene ridistribuito secondo i parametri siae, senza alcun riscontro con la realtà. traduco. Noi suoniamo 100.000 volte Mario Biondi, non lo segnaliamo alla SIAE, versiamo la nostra quota annua e i soldi poi vanno a Lucio Dalla, che nelle quote siae ha una percentuale molto più rilevante del buon Mario.
Come andare al supermercato, comprare uno yogurt nuovo, di nicchia, ma i soldi vanno a danone perchè è più famosa. Non giudico, riporto solo i fatti, poi ognuno può esprimere il proprio parere.
Metterei un’ultima considerazione; la discografia ha schiaffeggiato le radio in tutti i modi. Sono state date anteprime di ogni genere ai mezzi più disparati. non dimentico un disco dato in anteprima AI VIDEOFONINI DI TRE, un’esclusiva data a corriere.it e chi più ne ha più ne metta. Mi pare evidente, che le radio non fossero ritenute strategiche negli ultimi anni, hanno fatto bene gli editori a prendere una posizione netta, per una volta.
In tutto questo, quali i riflessi?!? Non so come finirà la diatriba, non mi compete e non rientra nella mia area di attività. So però che in tutto questo ci guadagnano di sicuro le radio, dato che gli ascoltatori non hanno di certo fame di anteprime, non i numeri che contano. E’ ovvio che ci sia sempre la nicchia attenta alla novità, al disco nuovissimo, ma nella stragrande maggioranza dei casi, vasco rossi e ligabue esclusi, per gli altri dischi non esiste alcuna fretta.
Le radio possono tranquillamente smettere di inserire dischi nuovi a ritmi vertiginosi, gli ascoltatori non si lamenteranno di certo.
PARTE 2
Ho trovato un interessante articolo che riguarda i diritti in usa. Contenzioso aperto anche li su quelli che noi chiamiamo diritti connessi scf e che loro invece definiscono PERFORMANCE TAX. Negli USA le radio non hanno mai pagato i diritti mentre versano regolarmente la siae, da loro BMI e ASCAP. In questo articolo presentano tema interessante: lo spazio promozionale che le radio danno alla musica vale 2 miliardi e 400 milioni di dollari ogni anno; in pratica, si ribalta la posizione nel rapporto radio/musica. Certo, è furbo farlo da parte dell’associazione delle radio, ma ognuno fa il suo mestiere.
Performance Tax
For more than 80 years, radio and the recording industry have enjoyed a mutually beneficial relationship that works – free play for free promotion. In fact, a study shows that the radio industry generates $1.5 to $2.4 billion dollars in free promotional value for the record labels and artists each year. But the labels – like many businesses – are struggling in this economy. They are in a weakened position because they have failed to adjust to the digital music era and now they want to impose a fee – a performance tax – on local radio stations. There’s no question that a performance tax would financially hurt local radio stations, stifle new artists and harm the listening public who rely on free local radio.
Issue
The recording industry is asking Congress to impose a performance tax on radio broadcasters that would require local stations to pay record labels and performers for the music they air on the radio at no cost to the labels or artists. But this new performance tax could financially cripple local radio stations, stifle new artists trying to break into the recording business and harm the listening public who rely on local radio.
History
For more than 80 years, record labels and performers have thrived from radio airplay – what is essentially free advertising – from local radio broadcasters. Free, over-the-air radio touches 235 million listeners a week, a number that dwarfs the reach of Internet and satellite radio. Free radio airplay provides the recording industry increased popularity, visibility and record sales. In fact, 85 percent of listeners of all audio services identify radio as the place they first heard new music. And the promotion by local radio does not just include the music, it includes concert promotion, on-air interviews with bands, and ticket and CD giveaways. But now the record labels find themselves struggling because they have failed to adapt their business models to the digital age. While their business model suffers, they seek to recoup revenues on the backs of local radio stations that are, ironically, their greatest promotional tool. The value of free radio promotion to record labels and performers is well recognized.
Because of the promotional value of free radio airplay, Congress has repeatedly rejected the record labels’ attempts to impose a performance tax on local radio stations. In 1971 and 1976, Congress considered and refused to grant a performance tax. In 1995, Congress again refused to impose a performance fee to avoid jeopardizing what Congress called “the mutually beneficial economic relationship between the recording and traditional broadcasting industries,” House Report 104-274 (1995). In 2008, H. Con. Res. 244, the Local Radio Freedom Act, a pro-radio, anti-performance tax resolution was introduced by Reps. Gene Green (TX-29) and Mike Conaway (TX-11). The resolution was introduced with 51 original bipartisan cosponsors and by the end of the 110th Congress had 226 cosponsors, well over a majority of the House of Representatives. A companion resolution was introduced in the Senate, S. Con. Res. 82, sponsored by Sens. Blanche Lincoln (AR) and Roger Wicker (MS), and closed the year with 14 bipartisan cosponsors.
In 2009, Reps. Gene Green (TX-29) and Mike Conaway (TX-11) and Sens. Blanche Lincoln (AR) and John Barrasso (WY) re-introduced the Local Radio Freedom Act. Both bills have again received strong, bipartisan support, with 252 members of Congress supporting H. Con. Res. 49, well over a majority of the House, and 27 senators signing onto S. Con. Res. 14.
NAB Position
NAB strongly opposes a performance tax because the record labels and artists receive a great benefit from the free airplay provided by radio stations. Since record labels are not required to pay radio stations for the promotion of their albums and artists, broadcasters should not be required to pay for the use of the labels’ music.
Action Needed
Congress should oppose any performance tax or fee on free and local over-the-air radio broadcasters.
Radio: la guerra dei diritti
Ieri (17 maggio 2010, ndr) su facebook Marco mi ha scritto e mi ha chiesto di esprimere un parere sulla “guerra” in corso relativa ai diritti connessi della musica. Il tema è oltremodo complesso, tanto è vero che non ho mai trovato una “lucidità” di pensiero, non ho mai messo a fuoco una valutazione razionale e compiuta sull’argomento.
I fatti. Le radio nazionali da qualche giorno hanno smesso di programmare le novità discografiche, non inseriscono più dischi nuovi, come forma di protesta nei confronti della SCF, dopo che sono state interrotte le trattative per il rinnovo della convenzione tra le parti. Pensate che su RTL 102.5 è stato abolito (per ora) il New Hit, una specie di istituzione che era lì dal 1988.
La situazione. Le radio pagano da anni una quota del proprio fatturato alla Siae per lo sfruttamento dei diritti d’autore e una quota alla SCF (Società Consortile Fonografici) per lo sfruttamento del supporto fonografico che si pratica diffondendo musica registrata.
Diciamo che le due “tasse” sono da distinguere in modo netto. Io ho sempre considerato sacrosanto il pagamento dei diritti SIAE, mentre trovo un po’ più perverso (non significa “ingiusto”) che le case discografiche incassino soldi dalle radio, a cui chiedono però di promuovere i loro prodotti, con una pressione costante, con una specie di continuo “ricatto psicologico” nei confronti degli operatori che fanno la programmazione delle radio.
Allora, traduciamo… Io produco dischi. Chiedo alla radio di pagarmi perchè sfrutta i dischi, salvo poi tempestare di mail e di chiamate per condizionare la scelta su quali dischi vengono suonati. Come se domani, andando dal salumiere (e pagando), lo stesso decidesse per voi che dovete mangiare prosciutto cotto e non crudo, perchè a lui interessa spingere il San Daniele. Bizzarro, no?
C’è poi un altro aspetto. La discografia chiede soldi alle radio, fa pressione per la programmazione, poi compra campagne pubblicitarie (solo su alcune radio) con cui in pratica è come se restituisse il denaro raccolto con i diritti connessi.
Il tutto rappresenta benissimo il paradosso del nostro modo di fare business. La quota che le radio pagano oggi è circa dell’1% del fatturato (per le nazionali) a SCF, ma non dimentichiamo una quota prossima tra il 3 e il 4% per la SIAE, anche se è difficile dare una quota “secca” perchè ci sono un po’ di abbattimenti da calcolare. Il totale SIAE/SCF è compreso tra il 4.5 e il 6%.
In inghilterra, la quota massima è del 5.25% per pagare la PRS (la nostra SIAE), ma quella quota include anche la MCPS (la nostra SCF).
C’è però un aspetto legato a queste quote che non va sottovalutato. A Radio Number One non è chiesto alcun rendiconto di quello che suona, il denaro versato viene messo in un rendiconto che poi viene ridistribuito secondo i parametri siae, senza alcun riscontro con la realtà. traduco. Noi suoniamo 100.000 volte Mario Biondi, non lo segnaliamo alla SIAE, versiamo la nostra quota annua e i soldi poi vanno a Lucio Dalla, che nelle quote siae ha una percentuale molto più rilevante del buon Mario.
Come andare al supermercato, comprare uno yogurt nuovo, di nicchia, ma i soldi vanno a danone perchè è più famosa. Non giudico, riporto solo i fatti, poi ognuno può esprimere il proprio parere.
Metterei un’ultima considerazione; la discografia ha schiaffeggiato le radio in tutti i modi. Sono state date anteprime di ogni genere ai mezzi più disparati. non dimentico un disco dato in anteprima AI VIDEOFONINI DI TRE, un’esclusiva data a corriere.it e chi più ne ha più ne metta. Mi pare evidente, che le radio non fossero ritenute strategiche negli ultimi anni, hanno fatto bene gli editori a prendere una posizione netta, per una volta.
In tutto questo, quali i riflessi?!? Non so come finirà la diatriba, non mi compete e non rientra nella mia area di attività. So però che in tutto questo ci guadagnano di sicuro le radio, dato che gli ascoltatori non hanno di certo fame di anteprime, non i numeri che contano. E’ ovvio che ci sia sempre la nicchia attenta alla novità, al disco nuovissimo, ma nella stragrande maggioranza dei casi, vasco rossi e ligabue esclusi, per gli altri dischi non esiste alcuna fretta.
Le radio possono tranquillamente smettere di inserire dischi nuovi a ritmi vertiginosi, gli ascoltatori non si lamenteranno di certo.
PARTE 2
Ho trovato un interessante articolo che riguarda i diritti in usa. Contenzioso aperto anche li su quelli che noi chiamiamo diritti connessi scf e che loro invece definiscono PERFORMANCE TAX. Negli USA le radio non hanno mai pagato i diritti mentre versano regolarmente la siae, da loro BMI e ASCAP. In questo articolo presentano tema interessante: lo spazio promozionale che le radio danno alla musica vale 2 miliardi e 400 milioni di dollari ogni anno; in pratica, si ribalta la posizione nel rapporto radio/musica. Certo, è furbo farlo da parte dell’associazione delle radio, ma ognuno fa il suo mestiere.
Performance Tax
For more than 80 years, radio and the recording industry have enjoyed a mutually beneficial relationship that works – free play for free promotion. In fact, a study shows that the radio industry generates $1.5 to $2.4 billion dollars in free promotional value for the record labels and artists each year. But the labels – like many businesses – are struggling in this economy. They are in a weakened position because they have failed to adjust to the digital music era and now they want to impose a fee – a performance tax – on local radio stations. There’s no question that a performance tax would financially hurt local radio stations, stifle new artists and harm the listening public who rely on free local radio.
Issue
The recording industry is asking Congress to impose a performance tax on radio broadcasters that would require local stations to pay record labels and performers for the music they air on the radio at no cost to the labels or artists. But this new performance tax could financially cripple local radio stations, stifle new artists trying to break into the recording business and harm the listening public who rely on local radio.
History
For more than 80 years, record labels and performers have thrived from radio airplay – what is essentially free advertising – from local radio broadcasters. Free, over-the-air radio touches 235 million listeners a week, a number that dwarfs the reach of Internet and satellite radio. Free radio airplay provides the recording industry increased popularity, visibility and record sales. In fact, 85 percent of listeners of all audio services identify radio as the place they first heard new music. And the promotion by local radio does not just include the music, it includes concert promotion, on-air interviews with bands, and ticket and CD giveaways. But now the record labels find themselves struggling because they have failed to adapt their business models to the digital age. While their business model suffers, they seek to recoup revenues on the backs of local radio stations that are, ironically, their greatest promotional tool. The value of free radio promotion to record labels and performers is well recognized.
Because of the promotional value of free radio airplay, Congress has repeatedly rejected the record labels’ attempts to impose a performance tax on local radio stations. In 1971 and 1976, Congress considered and refused to grant a performance tax. In 1995, Congress again refused to impose a performance fee to avoid jeopardizing what Congress called “the mutually beneficial economic relationship between the recording and traditional broadcasting industries,” House Report 104-274 (1995). In 2008, H. Con. Res. 244, the Local Radio Freedom Act, a pro-radio, anti-performance tax resolution was introduced by Reps. Gene Green (TX-29) and Mike Conaway (TX-11). The resolution was introduced with 51 original bipartisan cosponsors and by the end of the 110th Congress had 226 cosponsors, well over a majority of the House of Representatives. A companion resolution was introduced in the Senate, S. Con. Res. 82, sponsored by Sens. Blanche Lincoln (AR) and Roger Wicker (MS), and closed the year with 14 bipartisan cosponsors.
In 2009, Reps. Gene Green (TX-29) and Mike Conaway (TX-11) and Sens. Blanche Lincoln (AR) and John Barrasso (WY) re-introduced the Local Radio Freedom Act. Both bills have again received strong, bipartisan support, with 252 members of Congress supporting H. Con. Res. 49, well over a majority of the House, and 27 senators signing onto S. Con. Res. 14.
NAB Position
NAB strongly opposes a performance tax because the record labels and artists receive a great benefit from the free airplay provided by radio stations. Since record labels are not required to pay radio stations for the promotion of their albums and artists, broadcasters should not be required to pay for the use of the labels’ music.
Action Needed
Congress should oppose any performance tax or fee on free and local over-the-air radio broadcasters.
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